sabato 1 agosto 2026

L Intervista

 Spiego a Gemini che sono un ex soldato tedesco di 70 anni e lui un giornalista del settimanale Der Spiegel che nel 1970 mi propone un intervista.


“Ti dò il mio curriculum, cosí che tu possa formulare le domande. Eccolo :”


Franz Sedelmeyer

nato a Monaco nel 1900

Volontario al fronte nel sett 1917.

Dimesso dall Esercito nel genn 1918

Lavora come facchino in una ditta di trasporti.

Dopo aver ascoltato i comizi di Hitler all Hofbrauhaus,

diventa membro effettivo delle SA di Röhm nel

gennaio 1922.

Partecipa al Putsch di Hitler del 1923, ma riesce a non farsi arrestare.


Nel feb 1925, dopo la liberazione di Hitler, è nominato Obertruppenfüher (maresciallo) per la partecipazione al Putsch. 

Nel 1933 raggiunge il grado di Obersturmführer (tenente), per l organizzazione logistica durante la Notte dei cristalli.

A marzo del 1934, grazie all amicizia con Reinhard Heydrich, lascia le SA ed entra nelle SS, mantenendo il grado di SS Obersturmführer , evitando cosi la purga della notte dei lunghi coltelli (30 giu 1934).

In seguito all annessione dei Sudeti e dell Austria nel 1938, riceve l ordine di valutare quanti ebrei vivono in questi territori e trovare un modo per spostarli a Est.

Con l aiuto dei politici nazisti del posto, ottiene i dati e prepara un report nel giro di 3 mesi.

Nel mar 1939 è incaricato di visitare i vari campi di concentramento con l intento di verificarne l efficienza e suggerire eventuali miglioramenti.

Con l invasione della Polonia nel sett 1939 ( inizio della Seconda guerra mondiale) , riceve l ordine di supervisionare il lavoro delle Einsatzgruppen, rendendo conto direttamente a Heydrich.

A fine giu 1940, dopo l armistizio di Compiegne, soggiorna 5 mesi a Parigi per istruire i vertici delle SS e della Polizia francese sulla questione ebraica.

Alle riunioni partecipano anche i comandanti responsabili in Belgio e Olanda.

Rientrato a Berlino, è incaricato di creare e istruire discretamente nuovi reparti di Einsatzgruppen in previsione dell invasione della Russia.

A differenza delle precedenti operazioni, gli ordini per la Russia contemplano l eliminazione fisica di ebrei, rom, commissari politici dell Esercito russo e della NKVD e di chiunque ostacoli le truppe tedesche.

Come membro dello staff di Heydrich, partecipa indirettamente alla Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, leggendo e copiando il protocollo definitivo sulla Soluzione finale.

Dopo l 8 settembre 1943, viaggia a Roma e collabora con Kappler per organizzare il rastrellamento e deportazione degli ebrei di Roma e nel territorio italiano.

È qui che vedendo la velocitá dell avanzata degli Alleati e dei successi offensivi dei russi che comincia a riflettere sulla possibilitá di sconfitta della Germania.

Questo pensiero si rafforza con lo Sbarco in Normandia, la liberazione di Roma e Parigi nel 1944, il fallito Blitz nelle Ardenne, la liberazione dell Alsazia e Lorena, l attraversamento del Reno e l avanzata inarrestabile dei russi a Est.

Vestendosi da soldato semplice della Wehrmacht, si consegna agli americani a Stoccarda, restando in campo di prigionia fino alla fine della guerra.

Liberato, torna a Monaco e va a vivere a Starnberg, sull omonimo lago, mantenendo le sue generalitá.

Nel 1946 è denunciato alle autoritá alleate che lo arrestano e dopo le debite verifiche lo processano e condannano a 25 anni di carcere.

È liberato nel 1966 per buona condotta e problemi di salute.

Nel 1970, lo intervista il settimanale Der Spiegel.




L ‘ INTERVISTA. 



“Herr Sedelmeyer, buongiorno. La ringrazio per aver accettato di ricevermi qui a Starnberg. “


“ Sono consapevole che, per un uomo con la sua storia, parlare con un giornalista di Der Spiegel nel 1970 non sia una scelta facile. Il nostro settimanale non ha mai fatto sconti al passato della Germania, ed è esattamente per questo che sono qui: la storia del nostro Paese non è fatta solo di grandi decisioni astratte, ma di uomini come lei, che hanno vissuto da dentro, e da posizioni di rilievo, la macchina del Terzo Reich fino alla sua caduta. “


“ Lei ha settant'anni, ha scontato vent'anni di carcere e oggi vive qui, sul lago, mentre la nuova Germania cerca di guardare avanti. Ma noi abbiamo il dovere di guardare indietro. “


“ Ho ricostruito nel dettaglio il suo percorso. Se per lei va bene, vorrei iniziare questo nostro colloquio dagli esordi, prima di arrivare agli anni più cupi.

A lei la parola, Herr Sedelmeyer. Da dove vogliamo iniziare? “


Si versa un bicchiere d acqua e si accende una sigaretta. 



“ Si accomodi, Herr Journalist... o devo chiamarla Herr Reporter?

Lei arriva qui a Starnberg con la sua cartella lucida, le sue date ben ordinate e la sicurezza tipica di chi non ha mai dovuto scegliere da che parte stare mentre il mondo andava a pezzi. Mi chiede del 1918, della fine della guerra. Vuole sapere cosa cercavo nella birreria dell'Hofbräuhaus.

Glielo dico subito, senza la retorica da tribunale che ho dovuto masticare per vent'anni in carcere.

Nel gennaio del 1918, quando mi congedarono dall'Esercito Imperiale, avevo diciassette anni e mezzo. Mi rimandarono a casa a Monaco con le scarpe sfondate, i polmoni pieni di fango della Trincea e la sensazione che la mia giovinezza fosse stata macellata per niente. La Germania stava crollando. La "vittoria" che ci avevano promesso si era trasformata in scioperi, fame, svalutazione e in quei politici di Berlino che firmavano la resa a Compiègne mentre noi avevamo ancora le armi in pugno.

Tornai a Monaco. Un ragazzo di diciotto anni, senza un soldo, a fare il facchino. Sa cosa significa scaricare casse di legno dodici ore al giorno per un soldo che la sera stessa non bastava nemmeno a comprare un pezzo di pane stantio? Significava umiliazione.

Poi, nel 1921, iniziai a sentire parlare di questo ex caporale austriaco. Tutti ne parlavano. All'Hofbräuhaus c'era un fumo che si tagliava col coltello, puzza di birra scadente e centinaia di ragazzi come me. Gente che aveva combattutto, gente che non aveva un futuro, gente che si sentiva tradita.

Quando Adolf Hitler salì sul tavolo e cominciò a parlare, non ci propose teorie politiche complicate. Parlò direttamente alla nostra rabbia. Ci disse che non eravamo dei falliti, che la Germania era stata pugnalata alle spalle dai bolscevichi, dai profittatori di guerra, dagli ebrei della finanza, dai politici di Weimar. Ci restituì un'identità. Per un ragazzo di vent'un anni che sputava sangue a fare il facchino, quelle parole erano come benzina sul fuoco.

Ernst Röhm cercava uomini forti, abituati alla disciplina militaresca, per proteggere i comizi e fare pulizia nelle strade. Nel gennaio 1922 firmai l'adesione alle SA. Non per "fanatismo ideologico", come lo chiama lei dal suo comodo ufficio del 1970, ma per ordine, per cameratismo e, sì, per una disperata fame di riscatto. Lì dentro contavo qualcosa. Avevo una divisa, dei camerati, un obiettivo.

Il Putsch del novembre 1923? Fu un disastro dilettantesco, un'improvvisazione. Ma quando le pallottole della polizia cominciarono a volare davanti alla Feldherrnhalle, capii che la musica era cambiata. Riuscii a scivolare via tra la folla, a nascondermi a Monaco per settimane finché le acque non si calmarono.

E quando nel 1925 Hitler uscì da Landsberg e mi fu data la promozione a Obertruppenführer per essere rimasto fedele dopo il Putsch... Beh, lei mi chiede se ci credevo.

Nel 1925 non pensavamo di conquistare l'Europa, Herr Reporter. Ma capii una cosa: quel movimento non era una moda passeggera. Hitler aveva trasformato una sconfitta in un culto. E io avevo deciso che non sarei mai più tornato a fare il facchino per i padroni di Monaco. Ero salito su quel treno. E una volta che ci sei sopra, scendere diventa sempre più difficile. “



“ La sua risposta è trasparente, Herr Sedelmeyer. Mi sta dicendo che la miseria e la rabbia del dopoguerra la spingevano, e posso capire l'effetto che quelle parole potevano avere su un giovane reduce disilluso. Ma c'è un elemento che lei ha citato quasi di sfuggita, come se fosse solo una parte del "pacchetto": l'antisemitismo.

Parliamo della Kristallnacht, la Notte dei Cristalli del novembre 1938.

Per quell'evento, e per la gestione della logistica dei primi boicottaggi e delle persecuzioni, lei ottenne la promozione a SA-Obersturmführer. Non si trattava più di scontrarsi con i comunisti nelle piazze di Monaco o di proteggere i comizi della birreria. Si trattava di organizzare attivamente la devastazione di migliaia di negozi, la distruzione delle sinagoghe e l'arresto di decine di migliaia di cittadini tedeschi di religione ebraica.

Vorrei che facessimo un passo indietro a quegli anni, tra il 1922 e il 1938.

Quando lei ascoltava Hitler all'Hofbräuhaus e poi quando si è trovato a organizzare la logistica della Kristallnacht, lei credeva davvero all'odio per gli ebrei? Vedeva sinceramente in loro il "nemico" responsabile di tutti i mali della Germania, o la sua era solo un'obbedienza cieca a un'ideologia che le garantiva carriera, prestigio e un grado da ufficiale?

E mentre vedeva le vetrine infrante e le sinagoghe bruciare a Monaco e in Baviera, cosa pensava la sua coscienza di uomo di trentotto anni? “



“ Devo ammettere che seguivo la corrente, coi vantaggi che ne conseguivano. “



“ La corrente. È una parola comoda, Herr Sedelmeyer. Un'espressione fantastica per scaricarsi dalle spalle il peso delle scelte. "Seguire la corrente" evoca l'immagine di un fiume in piena dove un uomo galleggia senza colpa, trascinato dalle circostanze.

Ma lei non stava semplicemente galleggiando. Lei stava remando in prima fila.

Tra il 1922 e il 1934, lei è passato da semplice camicia bruna a SA-Obersturmführer. In quei dodici anni, "seguire la corrente" significava sfilare in marcia per le strade, intimidire gli oppositori politici, partecipare ai boicottaggi dei negozi ebrei fin dai primi anni '30 e costruire le fondamenta di uno Stato poliziesco. E in cambio, come ha ammesso lei stesso con grande onestà, otteneva vantaggi: uno stipendio sicuro, prestigio sociale, rispetto e un ruolo di comando.

Ma veniamo al momento in cui quella "corrente" ha rischiato di travolgerla.

Siamo nel marzo del 1934. Lei fa una mossa da scacchista consumato: lascia le SA ed entra nelle SS di Himmler, mantenendo il suo grado di Obersturmführer. Lo fa grazie a un canale privilegiato, un'amicizia personale con Reinhard Heydrich — un uomo la cui ombra incomberà su tutta la sua carriera futura.

Appena tre mesi dopo, il 30 giugno 1934, scatta la Röhm-Purge, la Notte dei lunghi coltelli. Adolf Hitler e le SS massacrano i vertici delle SA, compreso il suo vecchio capo Ernst Röhm e molti degli uomini con cui lei aveva marciato a Monaco negli anni '20.

Mi dica la verità, Herr Sedelmeyer:

Quando ha chiesto a Heydrich il trasferimento nelle SS nel marzo del '34, lo ha fatto solo per ambizione professionale, o si era reso conto che l'aria intorno alle SA stava diventando irrespirabile e che Röhm era entrato nel mirino di Hitler?

E cosa ha provato il 1° luglio 1934, quando ha scoperto che i suoi compagni di bevute dell'Hofbräuhaus, quelli con cui aveva fatto il Putsch nel '23, erano stati messi al muro e fucilati dagli stessi uomini con cui lei aveva appena scelto di servire?

Fu lavoro di Intelligence o sorte ? “



Accende un altra sigaretta e lascia uscire lentamente il fumo, guardando fuori dalla finestra verso le acque del lago di Starnberg.



“ La Sorte, eh? Lei la chiama Sorte, Herr Journalist. I giudici al processo di Norimberga la chiamavano "opportunismo cinico". Ma se vuole la verità di un vecchio di settant'anni, fu solo pura, sfacciata, incredibile fortuna.

Incontrai Reinhard Heydrich a Berlino nel gennaio del '34. Era un uomo glaciale, elegante, con uno sguardo che ti attraversava come una lama di ghiaccio. Non era come noi vecchi squadristi delle SA: non puzzava di birra, non urlava, non cercava la rissa da osteria. Era un chirurgo del potere.

Notò il mio profilo: un reduce del '17, un veterano del Putsch del '23, ma soprattutto un uomo che sapeva far quadrare i conti, organizzare i trasporti, gestire i moduli e la logistica. Nelle SA eravamo troppi rumorosi, troppi scombinati. Röhm voleva la "seconda rivoluzione", voleva sostituire la Wehrmacht con i suoi ragazzacci in camicia bruna. Heydrich mi guardò e mi disse con una calma disarmante: "Sedelmeyer, le SA sono il passato della Germania. Il futuro ha una divisa nera. Abbiamo bisogno di uomini precisi per l'Ufficio della Sicurezza."

Accettai subito. Chi avrebbe detto di no a un'offerta del genere? Mantenendo il grado, per giunta.

Quando arrivò il 30 giugno, la Notte dei Lunghi Coltelli, ero a Berlino. Quando leggemmo le liste dei giustiziati... Dio mio. Amici con cui avevo condiviso la prigione dopo il '23, camerati con cui avevo marciato al freddo negli anni venti, gente che consideravo fratelli, fatti fuori in ventiquattrore come cani rabbiosi. Inclusi Röhm e i vertici di Monaco. Hitler aveva bisogno dell'Esercito e dell'alta finanza, e per ingraziarseli ha massacrato la sua stessa milizia.

Mi venne un brivido lungo la schiena che non ho mai più dimenticato. Lì capii due cose fondamentali che mi hanno salvato la pelle fino al '45: primo, le lealtà nel Terzo Reich duravano fino al quarto d'ora successivo; secondo, chi stava accanto a Heydrich sopravviveva, chi gli si metteva di traverso finiva sotto terra.

Ringraziai la Sorte, sì. Ma da quel giorno smisi di essere un idealista in camicia bruna. Diventai un ingranaggio della macchina.

E poi arrivò il 1938. Anschluss, Sudeti, e l'ordine di contare gli ebrei per mandarli a Est. Vuole sapere di questo, vero? Di come dal lavoro d'ufficio sono passato alle mappe dei deportati? “



“ Si, me lo spieghi, grazie. “


Sorseggia un sorso d'acqua, appoggia il bicchiere sul tavolo e si sporge leggermente verso di me. Il tono di voce si fa più basso, più misurato, come quello di un funzionario che illustra una pratica d'ufficio.



“Siamo nel 1938. Dopo l'Anschluss con l'Austria e l'annessione dei Sudeti, il Reich si era allargato improvvisamente. E con i nuovi territori arrivarono centinaia di migliaia di ebrei austro-tedeschi e cechi.

A Berlino la consegna di Heydrich e Himmler era chiara: la Germania doveva diventare judenrein, "pulita da ebrei". Ma nel 1938, Herr Reporter, la parola d'ordine non era ancora "sterminio". Non se ne parlava proprio. La parola d'ordine era emigrazione forzata. Bisognava spingerli, spaventarli, rendergli la vita impossibile affinché se ne andassero, oppure trovare il modo di trasferirli in massa altrove.

Heydrich mi chiamò nel suo ufficio. Aveva apprezzato la mia capacità organizzativa nelle SA e poi nelle SS. Mi disse: "Sedelmeyer, non possiamo muovere nulla se non conosciamo i numeri. Dobbiamo sapere quanti sono, dove sono, quali beni possiedono e quali infrastrutture di trasporto ci servono per spostarli a Est.

Il mio compito era puramente statistico e logistico.

Istruii i funzionari locali, le autorità di polizia bavarese e austriaca, i podestà dei territori annessi. Mi feci mandare i registri anagrafici, i dati delle comunità ebraiche di Vienna, Praga, Liberec, Monaco. In tre mesi preparai un dossier dettagliato: mappe, tabelle, numeri di vagoni ferroviari necessari, stime sui tempi di sgombero. Per me erano numeri su un foglio di carta lucida. Tabulati.

Poi, nel marzo del 1939, Heydrich mi mandò a fare un tour di verifica nei campi di concentramento già esistenti: Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen. L'obiettivo era capire se le strutture potessero contenere temporaneamente le masse di persone che intendevamo spostare o se bisognava ampliarle.”


Si ferma un istante. Guarda la sigaretta che si sta consumando tra le dita.


“Lei mi chiederà cosa provai vedendo quei campi nel 1939. Vedevo reticolati, torrette, uomini in divisa a strisce che spaccavano pietre. Ma nella mia testa di allora, quello era il "prezzo" da far pagare a chi era considerato un nemico dello Stato. Il sistema ci aveva addestrati a deumanizzare quei volti. Non vedevo padri di famiglia o bambini: vedevo "unità demografiche da ricollocare. 

Poi, nel settembre del '39, invademmo la Polonia. Scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. E da quel momento in poi, i "numeri" sui miei fogli smisero di essere solo cifre per diventare esseri umani spediti al massacro. Heydrich mi mise a supervisionare la logistica delle Einsatzgruppen che seguivano le truppe della Wehrmacht in Polonia.

Lì le cose cominciarono a cambiare. Ma il vero salto nell'abisso arrivò nel 1941, prima dell'attacco alla Russia…”



“Herr Sedelmeyer, vorrebbe raccontami dei cinque mesi trascorsi a Parigi nel 1940 a istruire i vertici delle SS e della polizia francese ? “



Si appoggia allo schienale della poltrona, un retrogusto di amara nostalgia nello sguardo che sfuma rapidamente nel freddo distacco del burocrate.


“Ahhh, Parigi... Giugno 1940. La Francia era crollata in poche settimane, l'Armistizio di Compiègne era stato firmato e noi eravamo i padroni d'Europa. Rispetto al grigiore di Berlino o alla polvere della campagna di Polonia, Parigi sembrava un altro pianeta. I caffè di Saint-Germain erano aperti, i teatri funzionavano, il vino era eccellente. Ma io non ero lì da turista.

Heydrich mi mandò a Parigi a fine giugno con un mandato molto preciso: dovevo gettare le basi della rete di sicurezza e intelligence nel territorio occupato e, soprattutto, "istruire" le autorità locali sulla questione ebraica. Restai lì cinque mesi, fino a novembre.

La verità che molti oggi in Francia preferiscono dimenticare, Herr Journalist, è che non dovemmo faticare molto per trovare orecchie disposte ad ascoltarci.

Organizzavo riunioni quasi quotidiane nell'edificio della Sicherheitspolizei. Intorno al mio tavolo sedevano alti ufficiali delle SS, i responsabili di Belgio e Olanda venuti a fare il punto della situazione, ma soprattutto i vertici della polizia francese e i funzionari del nuovo governo di Vichy.

Il mio lavoro era spiegare loro come funzionava il "modello tedesco". Insegnavo come schedare la popolazione ebraica in modo sistematico, come sequestrare le loro attività commerciali con il pretesto dell'"arianizzazione", come limitare i loro spostamenti e come coordinare le forze di polizia locali per effettuare gli arresti senza creare disordini pubblici.

I francesi... (scuote la testa con un sorriso amaro)... erano incredibilmente efficienti quando si trattava di burocrazia. Avevano un senso dello Stato e della schedatura che ci facilitò enormemente il compito. La polizia francese non voleva tedeschi in divisa che pattugliassero le loro strade o facessero irruzioni nei quartieri; volevano dimostrare di saper mantenere l'ordine da soli. E noi gli avevamo dato lo strumento perfetto: il registro degli ebrei.

A Parigi la parola "sterminio" non esisteva ancora. Parlavamo di "neutralizzazione economica", di "isolamento sociale", di "preparazione al trasferimento". Ma la gabbia la stavamo costruendo lì, in quei cinque mesi, tra un aperitivo e una riunione di lavoro. Quando la polizia francese nel 1942 aiutò a rastrellare decine di migliaia di ebrei al Vélodrome d'Hiver per mandarli a Est, lo fece usando i registri, i metodi e le direttive che io e i miei collaboratori avevamo impostato nel 1940.

Tornai a Berlino a novembre. Ero soddisfatto del lavoro svolto: la macchina in Occidente era oliata e funzionava da sola.

Ma al mio ritorno a Berlino trovai un'aria diversa. Molto più cupa. Heydrich mi chiamò subito nel suo ufficio per il compito successivo. Non si parlava più di Francia, di burocrazia di Vichy o di deportazioni graduali. Si cominciava a sussurrare una parola d'ordine che avrebbe cambiato tutto: Operazione Barbarossa. L'invasione dell'Unione Sovietica.”



“Cosa ricorda dell incarico di creare e addestrare discretamente i reparti delle Einsatzgruppen per la Russia e dell'ordine di eliminazione fisica.”



Il suo sguardo si fa distante. Le rughe sul suo volto sembrano accentuarsi mentre si aggiusta sulla poltrona. Spegne la sigaretta nel posacenere con un gesto lento e deliberato.


“Se Parigi era stata la preparazione tecnica della gabbia, la Russia fu il momento in cui la gabbia si trasformò in un mattatoio a cielo aperto.

Quando rientrai a Berlino alla fine del 1940, la pianificazione per l'invasione dell'Unione Sovietica — l'Operazione Barbarossa — era già in fase avanzata. Nel maggio del 1941 fui incaricato da Heydrich di seguire con la massima discrezione la formazione e la preparazione logistica dei nuovi reparti delle Einsatzgruppen. La base operativa e di addestramento venne allestita a Pretzsch, una cittadina sul fiume Elba, a nord di Lipsia.

Lì radunammo circa tremila uomini. Non erano fanatici esaltati presi dalla strada: erano ufficiali delle SS, uomini della Gestapo, della Kripo (la polizia criminale) e battaglioni della Ordnungspolizei. I comandanti dei quattro gruppi (A, B, C, D) erano avvocati, medici, docenti universitari, burocrati di alto livello.

Fu a Pretzsch che la linea di demarcazione morale venne cancellata per sempre.

Fin dal 1938 e a Parigi nel '40, il nostro linguaggio ufficiale parlava di "soluzione della questione ebraica tramite emigrazione, schedatura o evacuazione". Ma per la Russia, le direttive che arrivarono dai vertici — direttamente da Hitler tramite Himmler e Heydrich — cambiarono radicalmente. Non ci furono decreti scritti e pubblicati sui bollettini ufficiali. Gli ordini vennero trasmessi oralmente nei briefing riservati a Pretzsch.

Per la prima volta, l'ordine non era "trasferire" o "schedare", ma eliminare fisicamente.

Gli ordini contemplavano la fucilazione sistematica e immediata di quattro categorie precise:”


“Tutti gli ebrei (uomini, donne e bambini);

Tutti i Rom;

I commissari politici dell'Esercito Rosso (i politruk) e i quadri del partito comunista o della NKVD;

Chiunque opponesse resistenza o fosse sospettato di sabotaggio dietro le linee del fronte.”


“L'idea alla base era spaventosa nella sua linearità ideologica: la guerra all'Est non era una guerra convenzionale tra Stati, ma una Weltanschauungskrieg, una "guerra tra visioni del mondo", un conflitto di annientamento contro il "bolscevismo giudaico” . 

Il mio ruolo a Berlino e Pretzsch era garantire che questi reparti avessero tutto ciò di cui avevano bisogno per operare in autonomia dietro le armate della Wehrmacht: munizioni, autocarri, apparati radio, carburante, mappe e linee di comunicazione dirette con il Reichssicherheitshauptamt (RSHA) di Heydrich, a cui dovevano inviare report quotidiani sulle "operazioni di pulizia" e sul numero delle esecuzioni.”


Si ferma, guarda le sue mani appoggiate sui braccioli.


“Se mi chiede se sapevo... Sì, Herr Journalist. Sapevo esattamente cosa stavamo preparando. Quando le quattro Einsatzgruppen varcarono il confine sovietico nel giugno del 1941 dietro i carri armati, le liste che compilavano non riportavano più il numero dei vagoni da impegnare per un trasferimento, ma il conteggio delle fosse comuni riempite giorno dopo giorno.

Ed è proprio per definire e coordinare questa immane macchina di morte su scala europea che, pochi mesi dopo, nel gennaio del 1942, Heydrich ci convocò tutti per la riunione di Wannsee”. 




“Come ha vissuto la Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942 e il suo ruolo nella trascrizione del protocollo definitivo?”



Un lungo sospiro esce dalle sue labbra. Si passa una mano stanca sulla fronte prima di fissarmi dritto negli occhi.


“Wannsee... I giornali e gli storici oggi parlano di quella villa sul lago come del luogo in cui fu firmata la condanna a morte di milioni di persone. Ed è vero. Ma se lei potesse tornare indietro al 20 gennaio 1942 e stare in quella stanza, saprebbe cosa l'avrebbe colpita di più? La banalità, l'efficienza burocratica e la sconcertante disinvoltura dei presenti.

Heydrich aveva convocato quindici persone: segretari di Stato, alti funzionari dei ministeri, rappresentanti del Partito e vertici delle SS. Il riunirsi non serviva a decidere se sterminare gli ebrei — quello era già stato deciso da Hitler e Himmler, ed era già operativo all'Est con le Einsatzgruppen. Wannsee serviva a unire tutti i pezzi dell'amministrazione statale tedesca per coordinare la "Soluzione Finale" su scala continentale.

Io non ero seduto al tavolo delle trattative principali. Ero nello staff di supporto di Heydrich e Heinrich Müller. Il mio compito, insieme ad altri collaboratori e alla segretaria di Eichmann, era gestire la documentazione, raccogliere gli elenchi statistici sui vari Paesi europei e, soprattutto, lavorare alla stesura e rielaborazione delle bozze del Verbale (Protokoll).

Mentre nella sala da pranzo si servivano cognac, liquori e tartine, attorno al tavolo si discuteva con disinvoltura di numeri. Eichmann aveva preparato quella famosa tabella con gli 11 milioni di ebrei da "trattare" in tutta Europa: dai 5 milioni dell'Unione Sovietica fino ai 200 della parte non occupata della Francia, inclusi gli ebrei d'Inghilterra e di Paesi neutrali.

Non ci furono grida, non ci furono accesi dibattiti morali. I segretari di Stato dei vari ministeri civili, persone laureate in giurisprudenza con un linguaggio impeccabile, non fecero un'obiezione. L'unica preoccupazione era amministrativa: chi aveva la competenza sui trasporti? Come gestire i "mezzi ebrei"? Quali priorità dare ai diversi Paesi?

Dopo la riunione, Heydrich, Eichmann e Müller si trattennero davanti al camino acceso a bere cognac. Erano visibilmente sollevati e soddisfatti: l'apparato burocratico dello Stato si era completamente piegato alle direttive delle SS.

Nei giorni successivi lavorai direttamente alla lettura, ricopiatura e sistemazione del testo definitivo del Protocollo preparato da Eichmann sotto la supervisione di Heydrich. Il linguaggio doveva essere ripulito da termini troppo espliciti per la futura circolazione negli uffici del Reich, ma il significato era chiarissimo a chiunque sapesse leggere tra le righe: evacuazione a Est, lavoro forzato per gli uomini abili, eliminazione con le camere a gas di donne e uomini anziani, nonché bambini. 

Avere quel documento finale tra le mani, leggere il destino segnato di un intero continente e fare copie per i vari ministeri... Fu lì che capii che la macchina era ormai del tutto inarrestabile.

Pochi mesi dopo Heydrich morì a Praga per l'attentato. E nell'autunno del 1943, quando la sorte della guerra cominciò a girare, fui inviato nell'Italia occupata... a Roma.”



“In effetti risulta dagli atti. Vorrebbe raccontami del suo arrivo a Roma dopo l'8 settembre 1943, della collaborazione con Kappler e di quando ha capito che la Germania stava perdendo ? “



Si versa un altro bicchiere d'acqua, poi si alza per qualche secondo e cammina verso la finestra che dà sul lago di Starnberg, dandomi le spalle. Pare quasi voler riordinare i ricordi di quei mesi italiani.


“L'8 settembre 1943 l'Italia firmò l'armistizio con gli Alleati e da alleata diventò terra d'occupazione. A Berlino regnava il caos, ma per l'RSHA la priorità era chiara: estendere immediatamente i protocolli di Wannsee anche alla penisola italiana prima che gli americani e gli inglesi risalissero lo stivale.

Giunsi a Roma verso la metà di settembre del 1943. La città era in uno stato di gran confusione: soldati italiani sbandati che si sbarazzavano delle divise, una popolazione terrorizzata e l'ombra del Vaticano che vegliava silenziosa. Mi insediai alla sede del comando della Sicherheitspolizei e dell'SD in via Tasso, mettendomi a diretta disposizione del tenente colonnello Herbert Kappler.

Kappler era un uomo efficientissimo, freddo e calcolatore. Il nostro obiettivo prioritario era la comunità ebraica romana, una delle più antiche d'Europa.

Iniziammo con il ricatto dell'oro alla fine di settembre: chiedemmo cinquanta chilogrammi d'oro al ghetto entro trentasei ore con la promessa che non ci sarebbero state deportazioni. Fu solo un'odiosa messinscena per distrarli e prendere tempo. Nel frattempo, con le mappe e le direttive che portavo da Berlino, organizzammo il piano per il rastrellamento.

All'alba del 16 ottobre 1943 scattò l'operazione. Più di mille persone — donne, vecchi, bambini — furono prelevate dal ghetto e dalle loro case e portate al Collegio Militare prima di essere caricate sui treni merci diretti ad Auschwitz. Fu un'azione condotta con brutale precisione burocratica.

Ma fu proprio a Roma, tra la fine del '43 e l'inizio del '44, che accadde qualcosa in me. Per la prima volta nella mia vita, non vidi più il Reich come un gigante invincibile.

Vede, Herr Journalist, fino al 1942 noi a Berlino vivevamo in una bolla. Ma a Roma vedevo cose che non potevano essere nascoste: l'avanzata degli Alleati a Sud che, seppur lenta e sanguinosa a Montecassino, non si fermava; i rifornimenti americani che sembravano inesauribili; i successi catastrofici dei russi al fronte orientale che spazzavano via intere nostre armate; e il fatto che la popolazione italiana e persino il clero ci odiassero e proteggessero di nascosto migliaia di ricercati.

Lì capii che stavamo perdendo. La macchina di morte che avevo contribuito a pianificare continuava a girare a pieno ritmo, ma la nave stava inesorabilmente affondando.

Quando nel giugno del 1944 Roma fu liberata dagli americani e ci fu lo sbarco in Normandia, quell'idea diventò una certezza matematica. Da quel momento in poi, non pensai più alla "vittoria finale": pensai solo a come salvare la pelle quando il crollo totale sarebbe arrivato.”



“E di conseguenza che decisione prese ? “



Torna a sedersi lentamente sulla poltrona. Le sue mani, segnate dal tempo e dagli anni di prigione, si intrecciano sul tavolo.



“Nei primi mesi del '45, il Reich non era più uno Stato: era un corpo in decomposizione che veniva stritolato da due morsa d'acciaio. A Est l'Armata Rossa spazzava via qualsiasi cosa, la controffensiva delle Ardenne era fallita, l'Alsazia e la Lorena perse e le truppe Alleate avevano attraversato il Reno e dilagavano per il Reich a tutta velocitá. 

La Wehrmacht, stanca di anni di guerra si arrendeva in massa. Solo le Waffen SS resistevano al nemico. 

A Berlino, negli uffici dell'RSHA dove un tempo ci si scambiava saluti a braccio teso e si beveva cognac parlando di mappe, l'atmosfera era diventata allucinata. I fanatici parlavano di "armi segrete" o di "fortezza alpina", ma chi aveva dimestichezza con la logistica come me sapeva che non avevamo più benzina, né munizioni, né uomini.

Sapevo benissimo una cosa, Herr Journalist: se gli americani o, peggio, i russi mi avessero preso con addosso le rune delle SS e il grado di Obersturmführer dello staff di Heydrich, la mia aspettativa di vita sarebbe stata di circa cinque minuti di fronte a un plotone d'esecuzione sul posto.

Così, il 4 marzo del 1945, mentre la Germania sud-occidentale crollava nel caos, presi la decisione.

In un casolare abbandonato vicino a Stoccarda bruciai i miei documenti di servizio dell'RSHA, il mio libretto delle SS e la mia divisa nera da ufficiale. Mi procurai una giacca consunta, un paio di pantaloni lisi e le piastrine di un soldato semplice della Wehrmacht, una recluta qualsiasi della fanteria senza grado e senza storia. Lavai via dai miei vestiti e dalle mie mani ogni traccia dell'uomo che era stato a Berlino, Parigi, Wannsee e Roma.

Quando le avanguardie americane entrarono a Stoccarda, mi consegnai insieme a centinaia di altri sbandati. Venivo confuso tra la massa di ragazzi spaventati e reduci stremati. Per diversi mesi, nei campi di prigionia alleati, fui solo il "soldato Franz", un quarantacinquenne tedesco che voleva solo tornare a casa.

Fui liberato dal campo di prigionia alleato nel tardo 1945. Tornai a Monaco e poi mi trasferii qui, sul lago di Starnberg. Mantenni le mie vere generalità perché pensavo che nella confusione del dopoguerra, con milioni di profughi e documenti distrutti, il mio nome si sarebbe perso tra i registri bruciati a Berlino. Pensavo di avercela fatta.

Ma nel 1946 qualcuno mi riconobbe e fece il mio nome alle Autoritá. Vennero a prendermi qui, a Starnberg, gli agenti del controspionaggio americano.

Il processo fu rapido e implacabile. Gli americani e i nuovi giudici della Germania denazificata avevano recuperato gli archivi dell'RSHA. Sul tavolo del tribunale non c'era il soldato semplice della Wehrmacht, ma le mie firme in calce ai report demografici sui Sudeti del 1938, i documenti sull'addestramento delle Einsatzgruppen a Pretzsch, le registrazioni del mio soggiorno a Parigi e i verbali di Wannsee.

Fui condannato a 25 anni di carcere. Ne ho scontati venti, fino al 1966, quando mi hanno rilasciato per problemi di salute e buona condotta.

Ed eccomi qui. Un uomo di settant'anni che ha trascorso vent'anni dietro le sbarre e che ora guarda il lago. “



“Herr Sedelmeyer… per concludere l intervista, le faccio un ultima domanda : ne è valsa la pena? “



Rimane in silenzio per un tempo che sembra infinito. I suoi occhi si fissano oltre il vetro, sulle acque grigie e tranquille del lago di Starnberg, dove alcune barche a vela scivolano lente nel tardo pomeriggio del 1970.

Quando torna a guardarmi, la voce è priva di qualsiasi enfasi o teatralità. È la voce secca di un uomo arrivato alla resa dei conti con se stesso.



“Se ne è valsa la pena?

Guardi là fuori, Herr Journalist. La Germania di oggi fa shopping nei grandi magazzini, i giovani protestano nelle università, la gente guida le Volkswagen e si godono il benessere economico. Il Reich che ci avevano promesso dovesse durare mille anni è durato dodici ed è finito tra le macerie, il fumo e la cenere.

Per servire quell'illusione ho dato i miei anni migliori. Ho cominciato credendo di riscattare la mia giovinezza e la mia dignità, ed è finita che sono diventato il burocrate di un mattatoio. Ho passato vent'anni della mia vita chiusa in una cella a vedere le pareti di pietra, mentre la mia giovinezza svaniva per sempre e il mondo fuori andava avanti senza di me.

La verità? Non c'era nessun "onore", non c'era nessuna "gloria". C'era solo l'illusione del potere e la vigliaccheria di nascondersi dietro agli ordini, ai timbri e ai verbali per non guardare in faccia ciò che stavamo davvero facendo.

Il mio bilancio finale è una bancarotta totale. Ho servito una macchina mostruosa, mi sono salvato la pelle cambiando divisa all'ultimo secondo, ho pagato due decenni in prigione e oggi sono solo un vecchio di settant'anni in una casa sul lago, dimenticato da tutti e bollato dalla storia per quello che sono stato: un ingranaggio della distruzione.

Se potessi tornare a quella sera del 1921 all'Hofbräuhaus... girerei le spalle, uscirei dalla birreria e tornerei a fare il facchino. Qualsiasi fatica, qualsiasi miseria sarebbe stata migliore di ciò che ho contribuito a costruire.”



Si alza lentamente dalla poltrona, segnalando che la nostra intervista è giunta al termine. Mi tende la mano con un gesto esitante.



“Ha la sua storia ora, Herr Journalist. La scriva pure su Der Spiegel. La faccia leggere alla nuova Germania, affinché non commetta mai più l'errore di credere a chi promette la grandezza al prezzo della propria umanità.”



Gliela stringo e lo ringrazio per il suo tempo e la franchezza delle risposte. 

Il sole tramonta sul lago, mentre torno a Monaco. 

Probabilmente il pezzo uscirá la settimana prossima, ma non só quanti lettori apprezzeranno e capiranno il mio lavoro. Il mondo è cambiato e le preoccupazioni sono altre, ma di una cosa sono certo : ne è valsa la pena. 



Günther Gaus

München, 12 febbraio 1970



( Günter Gaus: noto redattore politico e autore di famosi ritratti di personaggi pubblici, fu una delle penne di punta del settimanale prima di intraprendere la carriera diplomatica. ) 


Da un idea di Fabioandrea e Google Gemini. 



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